archivio (1988)
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Lassù sulle montagne... un'arte in cerca di natura
di Claudio Cerritelli
Quando si è visto e toccato nel settembre ’88 in prossimità di Casa Strobele è una serie di luoghi occupati in nome del mitico rapporto arte – natura. Converrà allora discutere proprio di questo contatto e di questa differenza, essendo l’arte di un codice che tutta la tradizione contemporanea ha maturato in senso autonomo, ed essendo la natura un’idea sempre più destituita di senso e di credibilità al cospetto dei suoi funesti destini, presenti e futuri.
Di fronte a tale divaricazione emerge subito una profonda sfiducia nei confronti dei progetti artistici che richiamano l’immagine della natura come forma diretta di un pensiero originario, vale a dire teso e compromesso con le origini della realtà naturale. Natura è ormai una metafora di seconda mano, non si sa bene di quale natura si parli e perché l’arte debba occuparsene come se si trattasse di una terra di salvezza o di nutrimento per il suo linguaggio. In effetti o la natura si smaterializza nel pensiero e nella pratica dell’arte oppure essa rimane materiale di rispecchiamento e di rappresentazione, una scena in fitina che non esaurisce i suoi contenuti formali così come inesauribile è il volto della realtà.
Ecco allora che aver contatto con la natura è per l’artista una necessità che precede la scelta del luogo naturale, la determinazione dello spazio fisico dove depositare i segni ed avvalersi della loro capacità di stabilire rapporti e interazioni. L’occasione di Casa Strobele, preziosa quanto irriducibile in analoghe occasioni, che la verità del rapporto arte – natura non può isolarsi miticamente nella separazione geografica dei luoghi ma deve saper garantire una stretta continuità con quelle che sono le condizioni generali dell’arte all’interno di una società che alla natura non dedica altro che retoriche e sporadiche forme di riflessione.
Forse la tremenda perdita del paesaggio induce a questi dialoghi separati con la natura, all’interno di un parco, di uno splendido recinto entro cui si spera di ritrovare le condizioni originarie del tempo, dell’aria, e di quanti altri elementi concorrono alla naturalità di un territorio. Proprio questo: il pericolo è di immaginare condizioni di lavoro artistico privilegiate come queste offerte da Casa Strobele, condizioni quasi perfette, di incontaminata presenza di arte e natura.
Altro rischio è quello di enfatizzare queste medesime condizioni come mezzi al di sopra degli altri, come eventi che sovrastano le infinite occasioni di lavoro e di verifica che gli artisti esercitano quotidianamente nei loro contesti, città, campagne, territori dispersi in una Europa artistica presa da contraddizioni sempre più forti. Venire a lavorare a Casa Strobele, per una settimana o anche meno, in pace o godendo di un atmosfera intoccabile non significa forse prendersi una boccata di immaginazione diversa da quelle che si respirano nei propri punti di riferimento? Il rapporto con la natura non può certo affidarsi a questo tipo di distrazione, o meglio di concentrazione lontana dai rumori del mondo e dalle corrosioni ininterrotte del sistema artificiale. Voglio dire che arte – natura è un contrasto più che un dialogo pacificante; e inoltre arte – natura è un processo di negazioni dei due termini, di reciproca critica dall’interno delle rispettive concettualità. L’arte infatti non ammette più la propria dipendenza dai luoghi della natura, ma ha l’ambizione di essere la nuova chiave interpretativa dell’idea di natura, ormai tradita e capitalizzata in ogni sua occasione di sguardo.
Così se la ricerca artistica ha fatto materia d’uso e di urto dell’immagine della natura, non resta che occuparsi degli artisti e del loro linguaggio, ben sapendo che quel linguaggio non dipende dalla forma del prato e degli alberi, ma solo dalle ragioni che lo fanno esistere qui e altrove, dappertutto e da nessuna parte.
Occuparsi degli artisti significa valutare il loro comportamento nei confronti di una pratica di installazioni, interventi ambientali, sculture collocate all’aperto, segni disseminati in una teoria libera di sguardi senza punti di incrocio o, almeno, senza l’evidenza di un possibile punto di incontro. In tal senso l’esperienza di Casa Strobele, per quanto possa aver percepito nell’attimo del mio incontro con i materiali disposti nel paesaggio circostante o in via di collocazione, segna un ventaglio di posizioni emblematiche del rapporto artista.natura: l’installazione di oggetti e materiali già elaborati nell’atelier, la ricerca di materie del luogo con cui lavorare direttamente in senso creativo, l’invenzione di nuovi rapporti spaziali a partire da materiali consueti, addirittura da oggetti elaborati per altre intenzioni espositive; e ancora l’uso dello spazio fisico come percorso dilatato, in grado di coinvolgere altri artisti, altre situazioni spaziali come se si trattasse di una sottolineatura dell’ambiente , dell’innesco di un linguaggio di relazione con l’altro da sé.
Sono emerse anche altre indicazioni: per esempio opere che hanno funzionato come luoghi di incantamento, magici e carichi di significato rituale, in grado di far ruotare lo spazio dell’ambiente intorno al proprio fulcro immaginativo. Opere, d’altro lato, concepite come segni di trasparenza, di passaggio di luce, di transito verso una percezione impersonale e smaterializzata dipinta con gli occhi stessi della natura. Qualche mimetismo di troppo, qualche vizio scenografico non hanno taciuto in questo tentativo di composizione poetica del binomio arte-natura. Ma la memoria di questi interventi si spinge là dove più forti sono i tramiti invisibili che legano il linguaggio dell’arte alla natura. Il principio dell’invisibilità guida le ricerche più interessanti in questo senso proprio perché si tratta di trarre costantemente fuori dalla natura ciò che la natura nasconde, i percorsi stratificati di cui si nutre il suo volto, sospeso tra interno ed esterno, essendo anche ciò che si vede visibile solo parzialmente. Quando l’artista riesce ad esprimere la sua distanza dai linguaggi che illustrano la natura senza conoscerla e farsene davvero carico, allora mostra il massimo del suo rapporto con la natura medesima, vale a dire mostra ciò che non perviene direttamente alla percezione ma alla profondità dello sguardo interiore. Qui arte e natura hanno possibilità di rinnovare il loro mito reciproco, lo spazio del loro dialogo produttivo, la metafora complessa e irriducibile che vede arte e natura costruire un’unica condizione di vita creativa.
Non serve allora descrivere nature e paesaggi e neppure affidarsi alle iconografie più suggestive per afferrare i termini di questa identità; non occorre carpire materiali alla natura e neppure simulare le irripetibili forme che caratterizzano la sua articolata struttura. Basterà allora disporre l’arma del linguaggio artistico nel luogo che le è proprio, dimenticando di avere un tema da svolgere. La natura non è tema e neppure argomento, è una condizione perché l’arte possa svolgere il suo ruolo, muovere le proprie materie; arte e natura costruiscono insieme un mito operante che attraverso il linguaggio intraducibile delle forme si congiunge all’esistenza.