archivio (1988)
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Arte - natura: fra sacro e profano
di Danilo Eccher
Malgrado tutto, vi è ancora l’esigenza d’indagine e di confronto intorno al magico rapporto Arte – Natura. Magico perché a dispetto di quanti, solo nel nostro secolo, hanno annunciato la sua morte, tale rapporto ha saputo, come la Fenice, risorgere dalle sue ceneri. E ad ogni nuova nascita, nuovi orizzonti si sono spalancati, indicando sempre territori inesplorati e scoprendo linguaggi sorprendentemente innovativi.
Eppure, mai come in questi ultimi decenni il rapporto Arte – Natura ha mostrato limiti apparentemente insormontabili. Atteggiamenti contradditori hanno evidenziato uno stato di “Crisi” speculare rispetto alle dinamiche sociali e, dunque, spesso connesso ad un agire politico o, in un’ottica più estesa, ad un comportamento “Etico”. Ciò ha caratterizzato decenni di ricerca artistica, spesso confusa o addirittura coincidente con la più ampia riflessione teorica, filosofica ed estetica. Si è così assistito ad azioni “politiche” leggibili come metafore artistiche e, contemporaneamente, ad operazioni estetiche dal preciso ed inequivocabile “messaggio” sociale. L’identità Arte – Vita, nella cui speranza si era aperto il nostro secolo, sembrava trionfare nella deflagrazione artistica che tutto dissolveva nel chiarore della progettualità rivoluzionaria.
Era l’epoca di un “naturalismo panico” in grado di ristabilire nuovi parametri del rapporto Arte – Natura e, nello stesso tempo, individuare alternative di crescita sociale, dettata direttamente dalla nuova consapevolezza artistica.
Il volto della natura era contratto nella smorfia di disgusto per un modello di sviluppo che la stava sempre più abbandonando, eppure i suoi tratti erano ancora invitanti per quell’illusione di purezza che ancora sapeva trasmettere.
Ma la crisi era imminente e gli anni Ottanta la palesarono estesamente con l’abbandono alla “deriva pittorica”. Già nel 1979 Achille Bonito Oliva, svelando l’insidia dogmatica e il “darwinismo” teorico insiti in quegli anni nel rapporto Arte – Natura, scriveva: “Sostanzialmente gli artisti degli anni Settanta hanno vissuto il dramma della natura e della politica. Un atteggiamento dogmatico portava gli artisti a considerare la natura come riferimento rigenerante e liberatorio, in opposizione all’ambito sociale repressivo ed artificiale. La pratica del naturale diventava il dispositivo che permetteva di dare un colore politico all’arte.
Un naturalismo panico attraversava quasi tutti i lavori dell’arte povera: la natura come luogo originario e verginale contro il luogo del sociale corrotto ed eccessivamente strutturato”.
Oggi, l’orizzonte è mutato radicalmente, l’intero rapporto Arte – Natura si è visto scavalcare dalle trasformazioni sociali che hanno radicalmente sconvolto i canoni di riferimento, mescolando i soggetti dell’agire stesso. La fisionomia naturale si è resa irriconoscibile, smarrendo il volto di fanciullesca innocenza per calzare le maschere orribili della paura. Così, la drammaticità naturale ha mostrato la propria scheletrica figura a cui non si può concedere né fiducia né simpatia. La Natura ha vergognosamente mostrato i propri peccati, le mutilazioni, i drammi e lo sguardo si è fatto timoroso, cauto l’approccio: il senso della catastrofe ha inevitabilmente minato l’innata attrazione per l’ambiente naturale. Uno scarto profondo si è imposto a livello teorico e sociale, lacerando un patrimonio ritenuto ormai certo ed affidabile: nulla è più sicuro, e inutile risulta il volgersi alle esperienze trascorse.
Appaiono così commoventi quegli atteggiamenti “codini”, di non pochi artisti, che non riescono a distogliersi da un trito ambientalismo “pokerista”. La problematicità del rapporto Arte – Natura oggi si affronta nell’ottica incerta che procede obliquamente e sviluppa una curiosità priva di limiti o pregiudizi. Allora, la nuova consapevolezza ambientale che consente uno sguardo più profondo e smaliziato, determina un atteggiamento teorico sicuramente meno dogmatico e illuso. Tale problematica sviluppa dinamiche inattese e, per certi versi, ancora contradditorie che, se da un lato sottolineano la frattura concettuale con l’ideologismo della natura, dall’altro, puntualizzando nuovi rapporti dialettici e nuove prospettive di ricerca.
Ecco allora apparire nel bosco di Casa Strobele gli agili “alberi della cuccagna” a cui Claudio Costa ha appeso i doni spettrali e ironici del dramma quotidiano; corrose testimonianze di un itinerario che non ha ceduto all’angoscia e non si è lasciato sopraffare dallo sgomento per la “perdita di senso”.
La straordinaria attualità del rapporto Arte – Natura si abbandona alla muta catarsi del linguaggio e invade la soffusa spiritualità del pensiero.