archivio (1990)
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Luigi Serravalli
Arte come rappresentazione della Natura. Anzi fuga dalla Natura che, di per sé, risulta inaccettabile. I greci si rifugiano in concetti fondamentali: armonia, simmetria, equilibrio, bellezza, sezione aurea. Ma Sofocle è moderno come un poeta Negro del South Bronx. L'arte, greca, così figurativa, è la più astratta che si possa concepire, perché la più illusoria. Niente di quanto immagina, promette, viene mantenuto, eppure sembra che il suo scopo sia quello di offrire una via di scampo, un trastullo, la possibilità di dribblare il Reale e renderlo sopportabile. Così il reale confina con il sublime ma anche il sublime, lo si vede già in Aristotele, ha due facce: per i low brow, è solo un massimo del bello, l'apoteosi della perfezione, in realtà rappresenta quel punto catartico dove confinano il massimo bene con il massimo male, sia pure con una evasione purificatrice. Insomma la Natura è alla base di tutto ma non la si può così come è. Si prendono dal bosco alcuni tronchi e se ne fanno delle colonne, ma si esclude quella paura sciamanica che nella selva druidica è così incombente. Meglio dei greci, gli antichi Celti, con i Menhir o i Dolmen, esprimono qualche cosa di cui oggi si è forse perduto il significato: sono dei puri significanti, esposti ai venti della Bretagna o del Galles. La roccia, il sasso, appena eretti, o supportanti un principio di trabeazione, come la terra a sostenere il cielo. Visione astratta eppure chiarissima al primitivo che ha tanto sudato per erigere questi monumenti incongrui.
Insomma la Natura, nella quale navighiamo come i pesci nel mare, continuamente respinta e blandita; Nettuno ci assale con le sue furiose tempeste e Minerva ci propone delle accalmie. Ercole toglie alla Natura gran parte della sua ferocia. Ma questa non è tanto negli animali quanto dentro di noi. Quella che è dentro di noi, (ci raccontano Eschilo, Sofocle ed Euripide) non la si può scuotere come la polvere dai calzari. Il Cristianesimo rimescola questi concetti e molti li fa suoi. Tuttavia, alla base, resta il Calvario come una strada in salita piena di patimenti e in cima la Croce simbolo dell'ineludibile caducità. L'arte, anche qui, continua a sublimare e anche qui continua ad astrattizzare ed uscire dal reale per consolare, addolcire, equilibrare. L'illusione nei secoli riesce, con l'avanzare della civiltà, a vincere quasi tutti gli infiniti piccoli incidenti di percorso ma si tratta di inezie quando la caducità appare pur sempre irriducibile, non addomesticabile, indomabile, annichilente. Le oscillazioni del pendolo. La perfezione del Duomo gotico conosce l'orrore dei mostri dai quali piomba al fondo sulla piazza l'acqua piovana. Il Calvario, in ogni luogo di culto, s'innalza sovrano, sempre verso l'alto come già il Menhir o la Piramide. Il barocco orna, ingentilisce, lecca, riempie tutto di riboboli e cianciafruscole ma in ogni tempio, nella parte sotterranea, immoti scheletri, lentamente, si cambiano in polvere. E allora il romanticismo indica di tornare all'aperto, per immergersi di nuovo nella Natura, di fare una cosa sola, arte sive natura, fra le immaginazioni dell'uomo ed una realtà tutta fenomenica.
I quadri di Caspar David Friedrich propongono una nuova sublimazione così come quelli di Segantini: sotto serpeggia il senso della non vita che, come un serpente fra le erbacce, occhieggia perfino dalle più accattivanti esplorazioni fra boschi, laghi e cime di montagne.
Venendo a noi, stanchi ormai di questo ondulare, equilibrarsi fra due poli opposti, abbiamo cercato con gli ultimi "ismi" di affrontare la Natura alle spalle, negandole ogni "significato", esprimenondola solo come metafora di sè stessa. D'altra parte il Fluxus difende la Natura come esorcismo, fortezza, baluardo, estrema possibilità di mantenere un certo decoro alla stessa esistenza. Eppure questo esorcismo è quanto mai necessario -nonostante la sua evidentissima qualità utopica -di fronte al fatto che non solo la caducità individuale, che abbiamo visto irrinunciabile., ma la nuova minaccia della sempre più possibile estinzione della specie, insaporisce e profuma i nostri superbi banchetti di uomini sapienti che abbiamo creato un mondo a nostra immagine e somiglianza. Così torniamo qui in questa Valle, qui a Sella e, come gli antichi celti, che forse vi abitarono (qualche Menhir è stato trovato anche a Merano) innalziamo i nostri moderni Dolmen, i nostri Menhir, ogni 2 anni in settembre, facciamo qui la nostra Stonhange, riproponiamo con diversi e strani materiali, il nostro immaginario ciclopico, e tentiamo altari e sacrifici druldici, alle divinità della Selva che ci siano propizie. Cerchiamo di non danneggiare la Natura, ma di accompagnarla, non tentiamo più il sublime ma una umile identificazione con qualunque sostanza tentando di far vivere, nella loro semplicità, i cicli vitali più poveri.
Fuori dai Musei, dalle gallerie, dagli antri dei mercanti, ci rivolgiamo al divino Manitou, tentando di esorcizzare altre Cernobyl.