 |
 |
|
|

|
archivio (2000)
Clicca qui per tornare all'home page dell'archivio.
Percezioni insolite dell'arte
di Vittoria Coen
 |
Indipendentemente dai discorsi programmatici che di solito preludono ad eventi artistici, sento necessario, piuttosto, un autentico bagno disintossicante. Siano ormai così poco vicini agli ambienti naturali, così disattenti e distratti, che lo spirito della natura, le sue eccellenti risorse, la sua forza stimolatrice, sembrano sfuggirci.
Perdiamo un inestimabile e insostituibile tesoro vitale, perdiamo addirittura la consapevolezza di noi stessi, invecchiamo prima e male, proprio per questo distacco che ci allontana dalle fonti della vita.
Immergersi spiritualmente? Si, certo, lo hanno fatto da sempre i poeti,lo hanno fatto da secoli i pittori,non importa celebrare date storiche precise, lo hanno pensato i filosofi esaltando soluzioni panteistiche dell'eterno problema del vivere. Ma si può fare di più. Ci si può immergere fisicamente, recuperare il contatto, ripartire da una manualità autentica che non è bricolage né hobby del tempo libero, mettere alla prova la nostra capacità di immedesimazione traducendola in opere.
E' innanzi tutto obbedienza alle regole dei materiali e quindi, in questo senso, scienza, che si fa ripercorrendo da soli un cammino che le civiltà umane hanno percorso , destinazione: tecnica, vera e propria teknè, intervento su un esistente che non cessa di reclamare, con la sua presenza alla quale noi stimiamo dando voce, ai suoi diritti, costringendoci a proseguire il corso delle acque, le venature del legno, a lavorare con sabbia, argille, creare o anche solo restaurare, riportare cioè all'originaria forma eidetica, ciò che magari inesperienza, interventi maldestri, o soltanto eventi atmosferici possono aver alterato.
Naturalmente si richiede un'intensa capacità di orientamento, una sorta di ciò che vorrei definire fototropismo spontaneo come quello delle piante e, nello stesso tempo, storico, una bussola incorporata nell'artista, occhi, orecchi, mani. Una nuova estensione dell'arte che unifica lo spazio naturale e quello costruito, che usiamo definire architettonico, che propone o incoraggia o disvela configurazioni impilicite quasi dall'esterno all'interno, accettando anche una certa casualità che non ha finalità monumentali "per sempre" ma che produce occasioni preziose.
Un'utopia geografica questo spazio? No, perché non occorrono estensioni sterminate, canyons vertiginosi. Basta questa Valle nella quale siamo ora, bastano sassi foglie, rami, tronchi, basta il bosco, l'occasione per sottrarsi alle urgenze del tempo misurato e degli innumerevoli pretesti che vi si offrono. A Klee, che paragonava l'azione dell'artista all'albero, bastava uno stelo. Ci possono essere assonanze, slittamenti, ibridazioni naturali e sapienti, tra materiali, tra immagini e suoni che se ne possono ricavare. Si potrà poi commentare, spiegare, offrire strumenti per percorrere le vie trasversali, quelle che forse l'artista ha per proprio conto segnalato a se stesso, che saranno magari fisicamente cancellate dall'irrefrenabile corso degli eventi naturali, avendo comunque accettato la temporalità, mettendo al suo servizio anche una sapienza tecnica che si costruisce provando.
E' un'arte comportamentale, dunque, dalla quale può nascere una nuova antropologia. Forse qualcuna delle opere che nascono in questo modo potrebbe addirittura essere smontata, e le sue parti ricomposte in altri modi e in altri luoghi, in un altro non discorde genius loci, conservando l'unità interna che l'ha fatta nascere, come i tanti universi anche minuscoli, una pianta, un sasso, un organismo animale, hanno forza sufficiente da farsi leggere e ascoltare. Nella deliziosa lirica Gefunden Goethe immagina che il fiore che egli sta per cogliere si ribelli a questa fine, cosicché la mano che ne stava decretando la morte lo raccolga con le sue radicine (il diminutivo è di Goethe) e lo trapianti dove possa lietamente rifiorire. In questo senso l'intervento dell'uomo non sarà molto di puù di un tramite, di causa efficiente per usare la terminologia aristotelica, che porta alla luce ciò che era nascosto, i suoni delle acque, le vibrazioni sonore del legno bruciato di questo o di quell'albero (ad Arte Sella è stato fatto), come se ascoltandole riuscissimo a distinguere il timbro di uno Stradivari da quello di un Guarneri.
Un dono che è uno scambio e forse una restituzione dovuta agli spiriti delle acque e dei boschi, se vogliamo dare un nome a queste forze. Potrebbero essere le stesse nostre geometrie , euclidee e non, che sembrano scoperta dell'uomo e che noi rivendichiamo con l'orgoglio della logica; esse rinascono, si riformano, vengono alla luce da sole.
Le vie sono tante:
Beuys, solitario sacerdote di una specialissima ecologia dello spirito, ha raggiunto questo traguardo attraversando montagne di dolore, la guerra, privazioni indicibili e infine la rivelazione di una simbiosi fisica e simbolica, metafisica e politica, dell'uomo con la natura, intensamente catartica. E c'è ancora dell'altro: c'è la possibilità di sperimentare forme nuove d'arte, di spingersi oltre i sentieri battuti in questo nostro tempo che vuole sentirsi animato e sperimentatore ma dà già qualche segno di un'incipiente ripetitività.
|
|