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archivio (2006)
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Per un’autobiografia del senso
di Gabriella Belli
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Ricordo la faticosa passeggiata lungo il sentiero dell’arte in Val di Sella, a fianco di mio padre, per l’ultima volta insieme, pochi giorni prima che le bianche stanze dell’ospedale accogliessero definitivamente la sua sofferenza.
Procedeva a passi lenti. Il bastone reggeva il peso del corpo, reso tanto sottile dalla malattia da sembrare, nel controluce del pomeriggio avanzato, una lama che trafiggeva l’aria, e naturalmente il mio cuore. Il terreno un poco accidentato rendeva incerto il suo passo e la breve salita gli rubava quel poco di fiato, che ancora lo sosteneva.
Essere là, lungo quella strada, che in tempi più felici aveva percorso spinto dall’amore per l’arte e per ciò che poteva essere per lui fonte di nuova scoperta, è stata la sua ultima curiosità.
Ogni anno ritorno in questo luogo “in solitaria”. Con identica passione mi avvio lungo i sentieri sempre nuovi del percorso dell’arte. Ogni volta le antenne del mio cuore si dilatano e riescono a captare i segnali, lontani ormai anni luce, della sua presenza e mi restituiscono un pezzo della sua immortalità, che è solo qui, nel mio ricordo.
Ogni volta mi stupisce quell’acclarata verità, che fu la ragione della nostra presenza lì, in quel pomeriggio d’estate, insieme a passeggiare, pur con fatica, tra gli intricati rami del bosco, gli sguardi attenti per non farsi ingannare dalla spontanea bizzaria del Paesaggio, per scoprire invece i segni dell’artificio dell’Uomo, così difficili da distinguere, perchè così fortemente saldati all’energia creativa e spontanea della Natura.
Quel che egli cercava era un luogo speciale, in cui la Natura sapesse mostrare quanto indolore e lieve fosse il confine tra l’essere e il non-essere, tra il naturale e l’artificiale appunto, quanto fosse impercettibile quella soglia tra la casualità disordinata della natura e l’azione creativa dell’artista, che a questa casualità poteva porre un ordine solo apparente e mai sostanziale, così come certamente solo apparente era per lui il confine tra la vita e la morte, a quest’ultima ormai così vicino.
Perchè abbandonare per un attimo il logos della ragione, per dare voce al ricordo, anziché intrattenervi con una dotta dissertazione sulla bellezza, la poesia e il significato di quest’incontro d’Arte e Natura, che è appunto l’esperienza d’Arte Sella, frutto di una volontà culturale, che certamente non ha uguali nel resto d’Italia, esito di un’intuizione straordinaria, di cui dobbiamo davvero tenere conto nella valutazione del panorama delle massime esperienze artistiche nazionali?
La ragione è semplice e attiene al significato più profondo dell’arte, una ragione, che appartiene alla sua stessa essenza, a quell’unione di materia e simbolo che trasforma la materia grezza in opera d’arte. Nessuna opera d’arte è in grado di compiere il proprio senso solamente nel suo “essere”, ma sempre ci mostra altre vie, ci obbliga a nuovi itinerari del pensiero, ci induce a continue, nuove relazioni emozionali e razionali, che trovano corrispondenza per ciascuno di noi, nel luogo remoto della psiche, dell’esperienze soggettive, delle paure collettive, delle sofferenze della storia.
Non è forse quest’alterità, dove si nasconde il valore e il significato dell’opera d’arte, quell’immenso edificio del ricordo, di cui parlava Proust, “che l’attrazione di un attimo identico ad un attimo antico, è venuta così da lontano a richiamare, a commuovere, a sollevare nel più profondo di noi stessi”? Ma, anche, vorremmo dire, quella visionarietà del futuro, che proprio oltre il valore visivo ci porta, di metafora in metafora, a comprendere i mutamenti che solo l’artista, impegnato a scrivere una minuziosa storia del futuro, può mostrarci essendo egli la sola persona consapevole del presente (Mc Luhan) ?
Credo capiti a chiunque di noi stabilisca una relazione con l’arte non occasionale, ma duratura nel tempo e dettata da una vera vocazione, porsi continue domande sul senso e il significato di questo rapporto, che con la nostra totale complicità, c’impone di abdicare a qualunque pregiudizio, portandoci ad esplorare strade dell’immaginario e del nostro mondo intimo, a noi quasi sempre ignote. Una relazione che ci trascina in avventure del pensiero, capaci di far tracimare dal nostro inconscio ogni sorta di pulsione emozionale, svelando così ai nostri occhi di uomini ciechi, l’esistenza di una nuova via della conoscenza.
Ma a cosa possa servire questa conoscenza, è un pensiero che sempre arrovella chi si occupa d’arte, incredulo il più delle volte del valore di verità, che l’arte stessa sa rivelare, parlandoci proprio di quei valori dell’esistenza, che solo le scienze umanistiche, come bene scriveva Gombrich, ancora presidiano.
Per questa ragione, grande importanza assumoni i luoghi dove l’arte viene conservata, dove si “consuma” arte , dove di arte si vive. Innanzittutto il Museo, casa per eccellenza dell’arte, dove trovano spazio opere del passato, ma anche quelle del tempo presente, oggi meno morte di ieri, grazie ad una terapia d’urto, che ha scosso dalle fondamenta l’istituzione museo, aprendo le porte a benefici cambiamenti, che hanno posto al centro dell’attività di conoscenza non più l’oggetto materiale, ma il visitatore e la sua relazione con il significato simbolico di ciò che noi chiamiamo arte.
Ma esistono altri luoghi, altrettanto significativi per celebrare quest’iniziazione ai valori della vita attraverso l’arte. Luoghi capaci di offrire un contributo emozionale di più forte impatto al all’esperienza e alla conoscenza, luoghi nei quali il fare artistico si avvera davanti ai nostri occhi e la fattualità dell’evento creativo esprime tutta la potenza della sua demiurgica funzione simbolica.
Sono luoghi speciali, come quelli che distinguono i percorsi d’Arte Sella, dove da anni nascono e muoiono, per rinascere senza soluzione di continuità esperienze creative che sono nello stesso tempo vita e arte, etica ed estetica. Sono luoghi in cui l’atto creativo riesce a ricomprendere nelle sue forme tutta l’energia della Natura, dilatarsi nello spazio, innalzarsi e rimanere sospeso tra la terra e il cielo, là, dove sta l’unico, vero confine che la materia non può valicare.
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